Rita Levi Montalcini: “La mia vita è un continuo imparare”

“Il Nobel non cambierà la mia vita. Continuerò a lavorare come ho sempre fatto e il ricavato lo devolverò in beneficenza e per aiutare i giovani studiosi di neurobiologia”, così Rita Levi Montalcini risponde ai giornalisti dopo l’annuncio della vittoria del premio Nobel per la Medicina. Solo tanta umiltà, senso del dovere e altruismo.

Tutti la ricordiamo come una donna dall’aspetto mingherlino, con quella sua capigliatura candida ad onde. Una figura fragile eclissata completamente da una grande tenacia e da un grand’entusiasmo che traspariva da quel suo sorriso solare e dalle sue parole piene di determinazione. Una donna che a cento anni non aveva ancora perso la volontà di fare del bene e di lavorare.
“Ho cento anni e ritengo di lavorare con più intensità, anche a livello sociale”. A 93 anni, infatti, Rita riesce a coronare un suo vecchio sogno, creare la Fondazione Africa, per favorire lo sviluppo e dare una possibilità in più alle giovani donne del continente africano.

Conoscevo la Rita scienziata, le sue scoperte, la vittoria del Nobel, ma non sapevo quasi nulla della sua vita privata e del suo carattere. “Rita Levi Montalcini. L’irresistibile fascino del cervello”, ho letto questo libro, della scrittrice e giornalista Enrica Battifoglia, conosciuta al Salone Internazionale del Libro di Torino 2018, e ho scoperto il lato umano e sensibile della cosiddetta “signora di ferro della scienza italiana”.

Una semplice ragazza, con pregi e difetti, con tanti sogni nel cassetto e la paura di non riuscire a realizzarli. Una famiglia che amava e che definiva “una meravigliosa atmosfera, piena di amore e di dedizione reciproca”, l’eterno conflitto con un padre autoritario e, un legame speciale con sua sorella Paola.

Chi, in parte, non si rispecchia in lei?

Chi non ha mai avuto un rapporto di amore e odio con i propri genitori?

Chi non ha un fratello o una sorella a cui vuole un bene dell’anima?

Chi non lotta per realizzare i propri sogni?

Oggi, nell’aria respiriamo un sentimento di rassegnazione e di pessimismo diffuso, che ci spezza le ali e ci porta a non credere nelle nostre capacità e nelle nostre idee. Rita Levi Montalcini, se fosse stata una nostra coetanea, si sarebbe sentita un pesce fuor d’acqua, lei che per studiare ha dovuto sfidare una società in cui la donna era destinata a diventare madre premurosa e moglie devota.

Nata e cresciuta a Torino, nella prima metà del ‘900, da famiglia ebrea, Rita ha ereditato dai suoi genitori, mamma pittrice e papà ingegnere elettronico e matematico, una grande intelligenza, un grande senso di dedizione e uno smisurato amore verso il proprio lavoro.

La scrittrice ci racconta, che l’iscrizione alla facoltà di medicina, quasi mai scelta dal sesso femminile all’epoca, è stata una vera e propria vittoria per Rita, dopo anni di duri scontri con il padre, che ha sempre visto in lei un futuro da madre e moglie. Una lotta iniziata sin dall’età di 9 anni, quando, già abbastanza convinta di sé, non vedeva di buon occhio il matrimonio. Rita è sempre stata accompagnata dall’idea che “nella vita ciò che conta è il messaggio che mandiamo agli altri, che può essere un figlio, un comportamento civile o sociale. La cosa fondamentale è fare bene il proprio lavoro”. Il suo messaggio, ancora oggi, lo rintracciamo nei progressi della scienza, nella ricerca e nelle azioni umanitarie in cui lei credeva fermamente e che accudiva come figli, curandone i minimi dettagli.

“Alla mia scelta di voler studiare mio padre obiettava che per una donna non era necessario essere un professore, ma io mi sono opposta, volevo essere libera nella mia scelta”, Rita, ha studiato da sola, poiché non ha potuto frequentare le scuole superiori, e questa cosa la rendeva tanto infelice. Ma, il giorno in cui si sentì dire da suo padre “Se questo è veramente il tuo desiderio non te lo impedisco, anche se ho molti dubbi sulla tua scelta”, la sua vita cambiò radicalmente.

Se ci pensiamo, spesso anche noi entriamo in conflitto con i nostri genitori nel momento in cui c’è da scegliere il proprio percorso di studi. C’è chi riesce a far valere la propria idea, come Rita, c’è chi invece soccombe al volere della propria famiglia, convivendo per sempre con un senso di insoddisfazione e rimorso.

Un’icona della scienza, ma anche un grande esempio di vita da seguire, Rita che ha sempre superato i suoi tanti ostacoli senza timore e con tanta grinta, che non li ha mai considerati dei problemi, ma solo degli stimoli per dare il meglio di sé e per raggiungere i suoi obiettivi.

Quante volte abbiamo pensato di mollare tutto? Lei, mai! Eppure di difficoltà e momenti di delusione ce ne sono stati tanti nel suo cammino.
Dalle sgridate del suo “maestro” Giuseppe Levi, il quale una volta la relegò nel registro degli “impiastri”, dicendole che non era portata per la ricerca. Alle volte in cui aveva la sensazione di dover desistere e lasciar perdere la neurobiologia, che non dava risultati di facile interpretazione.
La situazione più critica, però, è stata sicuramente l’emanazione delle Leggi Razziali, che impedirono a tutti gli ebrei di continuare a lavorare e a studiare. La vita professionale di Rita, anzi della signorina Rirì, come la chiamavano alcuni professori, venne completamente stravolta, ma lei non gettò la spugna ed ebbe un’idea geniale: trasformare la sua camera da letto in un laboratorio. Si sentiva un po’ come Robinson Crusoe nella sua isola felice.

Una vita dedicata alla scienza, una passione per il più complesso degli organi, il cervello, che lei definiva essere “come una scacchiera”.

Sempre in viaggio per motivi di studio, tanti amici e colleghi che la stimavano e la adoravano per la sua genialità e per la sua umanità. Tra i più importanti il suo professore Giuseppe Levi, che le ha insegnato tanto ed è stato per lei un collaboratore, assistente e compagno di viaggio.

Dopo tanti sacrifici, ecco una grande soddisfazione. Era il 13 ottobre del 1986, Rita Levi Montalcini stava leggendo un giallo di Agatha Christie, quando il telefono squillò. La chiamata arrivava da Stoccolma, era l’annuncio dell’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina, insieme a Stanley Cohen, biochimico con cui aveva lavorato tanto a St. Louis per la scoperta di quella che lei considerava “una molecola meravigliosa”, ovvero il fattore di crescita delle cellule nervose (NGF).

“Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi”.


(Rita Levi Montalcini)

Grazie Maestra.

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Carmela Pontassuglia

Studio Comunicazione Internazionale per il Turismo. Mi piace incontrare persone nuove e con la scrittura cerco di dare vita alle mie idee.